
PROGETTO MEMORIA
PIU' SOTTO.... IL SEGRETO DELLA SPIAGGIA DEI MANGANI---AMORE E MORTE
Creiamo un nuovo spazio all'interno del sito del circolo Pertini, dedicato al "Progetto memoria", impegno per tentare, magari insieme ad altri enti, di creare un vero e proprio "Museo della memoria", o "Museo della gente",
Invitiamo chiunque a contribuire inviandoci la propria storia,
la propria testimonianza
Con Mario Castells abbiamo un rapporto speciale. Si tratta di un anziano del 1917, in grado di fare un record sportivo alla tenera età di 83 anni. Navigò completando il giro intorno all’Elba in canoa, da solo, senza interruzione, in poco più di 12 ore. Nessuno è stato in grado di fare altrettanto. Lui, inoltre, ha avuto l’onore di conoscere negli anni Quaranta Giuseppe Massimo, comandante del Porto deportato e poi fucilato dai nazisti. Ecco quanto abbiamo ricostruito dalla sua preziosa testimonianza, fatta anche agli studenti della scuola media Pascoli di Portoferraio, nel 2006.“L’isola d’Elba con 7000 militari di terra e di mare era, nel 1943, sotto il comando militare del quadrunviro De Vecchi, che agiva da Massa Marittima.
Dopo la caduta del regime fascista e l’arresto di Mussolini, il proclama di Badoglio terminava con parole che furono per tutti un duro colpo: “La guerra continua” .
Dilagò il fermento in tutta l’isola per i fascisti e il loro mare di nostalgici e altri scioperati opportunisti, che caparbiamente avevano sostenuto quell’irresponsabile dittatore e la sua classe dirigente grottesca. Avevano trascinato l’Italia in una guerra inutile, contro forze preponderanti.
All’Elba una minoranza di militari e borghesi, che io stimai aggirarsi sul 40%, inneggiarono con grida di gioia alla fine di una dittatura, che per l’ingordigia del potere si era affiancata ad un altro mostro senza famiglia, né Patria, né Dio, quel nazismo che non seminò altro che morte e macerie e scatenò feroce violenza, terminando con la più deplorevole e disumana azione di tutti i tempi, lo sterminio degli ebrei nei campi di tortura e morte, con forni crematori incorporati. Non meno atroce fu, nello sviluppo della guerra, il bombardamento atomico di Hiroschima e Nagasaki.
In questo quadro, all’Elba, c’era chi era affranto, preoccupato per la famiglia lontana e per i suoi marinai, e anche per la popolazione elbana inerme. Costui era il Comandante del Porto di Portoferraio, Giuseppe Massimo, che in quel periodo si impegnò a calmare gli animi più accesi delle due parti, fascisti e antifascisti. Era impegnato ad instaurare un ideale clima di concordia, cercando di trovare unità di intenti per evitare episodi negativi. Era, infatti, solito dire:
“Bando alle rappresaglie e all’odio che tarpa le menti e le anime; siamo tutti italiani sulla stessa barca in un mare in tempesta violenta, delle nostre beghe ne parleremo alla calma del porto, ma se vogliamo raggiungerlo è importante che ognuno s’impegni al massimo dell’efficienza, per essere in grado di salvare la vita il più possibile. L’Elba ora si troverà in ogni caso tra due fuochi, si deve resistere ai germanici che ormai sono in rotta, anche per sperare di limitare al massimo la reazione degli Alleati che stanno cacciando i nazisti dall’Italia. Appena abbattuta la resistenza di Cassino in un baleno invaderanno la fascia costiera”.
“Speriamo che i seguaci di Hitler, per quanto inferociti, avendo gli Alleati alle calcagna, non possano avere il tempo e la forza di affrontare un’isola contornata da batterie contraerea e forze navali. Dobbiamo comunque essere coscienti, - continuava il comandante, col suo dire pacato – che la nostra azione di Resistenza porterà a fare i conti con le famigerate fortezze volanti dei tedeschi, i loro bombardamenti chimici e a tappeto. Sarà dura quindi in ogni caso”. E quindi si sforzava di individuare la migliore strategia nell’interesse dell’isola, anche se appariva ardua ogni soluzione e fu così che il Comitato cittadino di liberazione aderì all’unanimità, insieme al comandante generale dell’Elba Achille Gilardi, succeduto a quadrunviro De Vecchi, al tentativo di Resistenza. Il Comitato era composto dallo stesso Massimo, Domenico Chiari, dall’ingegner Salvi, direttore degli Altiforni, Andrea e Bruno Del Bruno, dall’avvocato Caprilli, Pilade Becucci e il commissario prefettizio Jacopo Broccardi e successivamente da Alfonzo Preziosi.
Il comandante Massimo appoggiò quindi la Resistenza e si prese l’impegno, col suo personale, marinai “staffetta” (io ero uno di quelli) ed anche di altri reparti, di conoscere chi intendeva resistere e chi no, anche tra i comandanti delle batterie. L’azione informativa iniziò il 14 settembre, compreso il fatto di avvertire del pericolo incombente dell’invasione tedesca. Ma non ci fu tempo di approfondire molto, la situazione precipitò. Furono lanciati volantini dagli aerei tedeschi con minacce specifiche a tutti quanti, se non ci fosse stata la resa. Regnava una grande incertezza, confusione, la gente pensava che le trattative avrebbero portato a qualche soluzione e nessuno poteva immaginare l’inferno che sarebbe accaduto.
IL SEGRETO DELLA SPIAGGIA DEI MANGANI
E’ per questo che l’infausto mattino del 16 settembre ‘43 scesi dal Dicat di Forte Falcone, il centro di comunicazioni radiofoniche, da dove partivano gli ordini a tutte le postazioni delle varie batterie navali e antiaeree, come quella dell’Enfola, Capo Bianco, Le Grotte, Falconaia, Capo Poro e altre. Ora, come detto, lo scopo era anche quello di avvertire il più possibile del grave pericolo che rischiava la popolazione, bisognava che tutti si allontanassero dal centro storico, dalla città. Ma dominava il caos e nessuno seppe coordinare la situazione. Molti sfollarono, ma molti altri rimasero. Andai quel giorno in capitaneria e ricevetti l’ordine di portare un dispaccio urgente al comandante della batteria di Capo Bianco, sempre in merito all’azione di Resistenza. Saltai in sella alla prima bicicletta che mi capitò e dopo poco consegnai al comandante la comunicazione. Esattamente a questo punto, avvertii il rombo degli Stukas e seguirono le prime esplosioni delle bombe sul centro storico. Vidi una montagna di fumo e polvere levarsi nel cielo. Alcuni marinai che erano alle mitragliatrici e ai pezzi sottostanti abbandonarono la postazione per salire al rifugio. Prevalse in loro il panico; mentre alle Grotte, seppi in seguito, la batteria aveva aperto il fuoco nel tentativo di fermare il raid aereo veloce dei tedeschi, ma la postazione era stata centrata e alcuni marinai ci rimisero la vita.
Risaltai sulla bici e pedalai a più non posso per raggiungere il centralino Dicat, ma giunto in piazza Cavour lo spettacolo che vidi fu terrificante. L’odore acre del tritolo mozzava il respiro. Morti e feriti, tutti imbiancati, infarinati dai calcinacci caduti dai palazzi distrutti, giacevano sul selciato in posizioni grottesche. Altri erano ancora sotto le macerie e lanciavano grida di dolore e di aiuto. Per molti era troppo tardi. Da solo cosa potevo fare? Mi misi a correre per la salita di via Guerrazzi e entrai nel tunnel di Porta a Terra che funzionava da rifugio. Il sommesso lamento della gente terrorizzata, lì radunata, mi paralizzò, un tizio disse: “Per favore, fate silenzio, questo marinaio vuole essere ascoltato”. In quel tunnel fu immediato un silenzio di tomba. A voce alta per vincere l’emozione dissi: “Tutti gli uomini che hanno ancora braccia valide (dissi così perché poco prima avevo visto chi le aveva perse) al più presto scenda in piazza a liberare la gente dalle macerie, del palazzo dei Merli, da quelle del caseggiato di fronte e quello della Cassa di Risparmio”. Presi il berretto in mano e via di corsa all’ingiù di nuovo per via Guerrazzi Una volta arrivato in piazza mi girai per guadare indietro e con sollievo vidi che ero stato seguito da un buon numero di persone che iniziarono a soccorrere i feriti. Mi sentivo provato, tuttavia ce la feci ad aiutare una mezza dozzina di malcapitati, che poterono ritornare a sperare nella vita e lo feci spostando pietre e mattoni, calcinacci, mobili sconquassati; dopodiché stanco e malconcio, trovai la forza per andare dal comandante per dichiarare la missione compiuta. Lo trovai triste, accasciato per il disorientamento morale e materiale dei militari di terra e di mare. Tutti erano stati sopraffatti, troppo scioccati, non avevano avuto la forza di reagire più di tanto, era un momento tragico, che solo i feriti e i superstiti di un bombardamento possono capire. Ormai tutti non pensavano altro che a una fuga verso il continente. Purtroppo anche il comando superiore dell’isola, non si distinse né per la tattica né per l’amor di patria.
Si seppe in seguito, che al mattino di quel triste giorno, una ciurma di vili, alla chetichella aveva lasciato la caserma Vittorio Veneto delle Ghiaie, dove c’era il comando generale dell’esercito, e vari ufficiali si erano recati a Villa Ottone, a godersi lo spettacolo del massacro del Centro storico di Portoferraio e dei suoi abitanti.
Non mi rimaneva che accettare “il si salvi chi può”. Prima di avviarmi verso la costa di levante vicino a Nisporto, il giorno dopo la catastrofe, passai dalla Capitaneria di Porto dove trovai il Comandante che mi incoraggiò: “Più che dei tedeschi devi guardarti da quella maggioranza che ha fatto fallire la Resistenza”. Mi chiese dove fossero i luoghi elbani dove era il caso di nascondersi e decisamente segnalai la Cala dei Mangani che si trovava oltre Nisporto, io ero diretto là. Mi dette una ventina di scatolette di tonno e altre di carne, un paio di coperte e una piccola tenda da campo, e una pila che poi mi fece assai comodo in quella carbonaia abbandonata della Cala dell’Inferno, dove ero diretto. Saltai a bordo della mia barca, “Arno 444” di 4 metri, e remando di buona lena dopo un’ora e poco più tirai a terra l’imbarcazione, sulla spiaggia dei Mangani.
Risaltai sulla bici e pedalai a più non posso per raggiungere il centralino Dicat, ma giunto in piazza Cavour lo spettacolo che vidi fu terrificante. L’odore acre del tritolo mozzava il respiro. Morti e feriti, tutti imbiancati, infarinati dai calcinacci caduti dai palazzi distrutti, giacevano sul selciato in posizioni grottesche. Altri erano ancora sotto le macerie e lanciavano grida di dolore e di aiuto. Per molti era troppo tardi. Da solo cosa potevo fare? Mi misi a correre per la salita di via Guerrazzi e entrai nel tunnel di Porta a Terra che funzionava da rifugio. Il sommesso lamento della gente terrorizzata, lì radunata, mi paralizzò, un tizio disse: “Per favore, fate silenzio, questo marinaio vuole essere ascoltato”. In quel tunnel fu immediato un silenzio di tomba. A voce alta per vincere l’emozione dissi: “Tutti gli uomini che hanno ancora braccia valide (dissi così perché poco prima avevo visto chi le aveva perse) al più presto scenda in piazza a liberare la gente dalle macerie, del palazzo dei Merli, da quelle del caseggiato di fronte e quello della Cassa di Risparmio”. Presi il berretto in mano e via di corsa all’ingiù di nuovo per via Guerrazzi Una volta arrivato in piazza mi girai per guadare indietro e con sollievo vidi che ero stato seguito da un buon numero di persone che iniziarono a soccorrere i feriti. Mi sentivo provato, tuttavia ce la feci ad aiutare una mezza dozzina di malcapitati, che poterono ritornare a sperare nella vita e lo feci spostando pietre e mattoni, calcinacci, mobili sconquassati; dopodiché stanco e malconcio, trovai la forza per andare dal comandante per dichiarare la missione compiuta. Lo trovai triste, accasciato per il disorientamento morale e materiale dei militari di terra e di mare. Tutti erano stati sopraffatti, troppo scioccati, non avevano avuto la forza di reagire più di tanto, era un momento tragico, che solo i feriti e i superstiti di un bombardamento possono capire. Ormai tutti non pensavano altro che a una fuga verso il continente. Purtroppo anche il comando superiore dell’isola, non si distinse né per la tattica né per l’amor di patria.
Si seppe in seguito, che al mattino di quel triste giorno, una ciurma di vili, alla chetichella aveva lasciato la caserma Vittorio Veneto delle Ghiaie, dove c’era il comando generale dell’esercito, e vari ufficiali si erano recati a Villa Ottone, a godersi lo spettacolo del massacro del Centro storico di Portoferraio e dei suoi abitanti.
Non mi rimaneva che accettare “il si salvi chi può”. Prima di avviarmi verso la costa di levante vicino a Nisporto, il giorno dopo la catastrofe, passai dalla Capitaneria di Porto dove trovai il Comandante che mi incoraggiò: “Più che dei tedeschi devi guardarti da quella maggioranza che ha fatto fallire la Resistenza”. Mi chiese dove fossero i luoghi elbani dove era il caso di nascondersi e decisamente segnalai la Cala dei Mangani che si trovava oltre Nisporto, io ero diretto là. Mi dette una ventina di scatolette di tonno e altre di carne, un paio di coperte e una piccola tenda da campo, e una pila che poi mi fece assai comodo in quella carbonaia abbandonata della Cala dell’Inferno, dove ero diretto. Saltai a bordo della mia barca, “Arno 444” di 4 metri, e remando di buona lena dopo un’ora e poco più tirai a terra l’imbarcazione, sulla spiaggia dei Mangani.

Sfinito mi accasciai; trovarmi solo al frinire dei grilli in quella spiaggia deserta, mi fece sentire sicuro, in braccio a Madre Natura. Pago, felice di sentirmi vivo, mi addormentai profondamente al tepore di quelle magiche coperte che mi aveva dato il comandante Massimo.
Al canto degli uccelli mi svegliai all’alba “Che giorno e che notte quel 16 settembre 1943” pensai.
Tirai la barca ancora più nella macchia coprendola con dei rami verdi, perché non si vedesse dal mare e m’incamminai per raggiungere la carbonaia che sapevo essere poco oltre, abbandonata. Appena raggiunto il luogo feci una pulizia ambientale in quello spazio circolare, dove piazzai la tenda. Vi sistemai le mie scorte e tutta la mia roba. Quella sera riportai la barca in mare e andai a totanare e così feci per una settimana. Il pescato diventò merce di scambio con i contadini di quella zona e con degli sfollati di Nisportino e Nisporto. Ne ricavavo latte e uova e talvolta ottenni un pollo e allora fu festa grande.
E in Nisporto, girando di casa in casa, nei miei contatti di commercio del pesce, incontrai Carolina da Bologna, che io poi chiamai Carol. Mi dette una bottiglia di latte di capra, straordinaria!
Finalmente il sole, la luna, il firmamento di tutto il creato mi sorridevano, mi sentivo in piena sintonia, mi sentivo libero e ricco di tutto questo bene.
Nacque così una stupenda relazione con questa non comune ragazza madre.
Aveva avuto una storia con un docente in una università emiliana, originario dell’Elba ed era nato un bel bambino. Da due anni era lì col suo piccolo e la sua capra e il suo miracoloso orto, in quella accogliente villetta le era stata affidata.
Quando le chiesi in affitto una camera mi disse che quella al primo piano l’aveva già data a un signore, ma era ben disposta a darmene due al piano terreno e ci feci venire mia sorella Carmela e suo marito Manlio Vieri e il loro piccolo Lido, che poi negli anni ‘60 sarebbe stato un grande portiere di calcio in serie A e anche della nazionale. In quella casa rimasi un anno. Una sorpresa incredibile fu quando una mattina, mentre uscivo dall’appartamento di Carol, vidi quel signore cui la donna aveva affittato la camera al primo piano. Ebbene stentai a crederci, ma quel signore era il comandante Massimo. Lo trovai dimagrito: lontano dalla famiglia si sentiva braccato, ma in quelle poche settimane che si rimase insieme si riprese. Era dovuto fuggire, i fascisti di Portoferraio lo avevano segnalato ai nazisti come uno dei fautori della Resistenza elbana.
Finalmente poteva dormire tranquillo visto che assieme organizzammo un turno di sentinella. Avevamo fatto anche una piccola trincea nella macchia sovrastante, 200 metri dalla villetta, da dove si potevano controllare tutti i sentieri che conducevano alla baia.
La vita scorreva tranquilla in quel paradiso. Carol era sempre più cara. Temevo di creare pericolo, visto che ospitava un ricercato dai nazisti, cessai lo scambio di merce, perché aumentavano sempre più i clienti che venivano alla villetta, per prendere il mio pesce. Qualcuno poteva notare il comandante Massimo e riferire a chissà chi.
Ero di vedetta un giorno, quando scorsi il Grassi di Bagnaia scendere dal sentiero di Lavacchi, ma questa volta invece di portare zucchero e caffè e altro di buono, consegnò al comandante una lettera della moglie. L’avvertiva che i nazifascisti lo cercavano. Qualcuno aveva fatto la spia e senza indugio, proseguiva la lettera, si doveva preparare a raggiungere la zona di Cavo, dove avrebbe dovuto imbarcarsi sull’Avvenire, per le 4 in punto, per poi raggiungere Piombino.
Questo nobile personaggio se ne andò raccomandandosi di non negare la sua presenza fisica alla villetta, alla eventuale richiesta dei nazifascisti, Carol ed io si doveva rispondere “La persona ospitata in questa camera da agosto fino a ieri, non corrisponde alla persona ricercata, ma bensì al professore che prima di andarsene mi ha lasciato questo indirizzo ”Professor Giuseppe Calacci, via Francesco d’Assisi 88 Ancona”. Con la determinazione dei forti se ne andò, con l’angoscia nel cuore ma a testa alta.
Conoscendo la crudeltà di questo feroce nemico, non voleva mettere in pericolo la vita di chi gli aveva dato aiuto e ospitalità con i migliori sentimenti e quindi ideò lo stratagemma delle false generalità.
Commosso mi abbracciò insieme a Carol e la sua creatura. Non volle che lo accompagnassi alla baia e il Colombo di Portoferraio lo trasportò fino a Cavo in barca. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Alle 22 dello stesso giorno una pattuglia di 5 tedeschi, in assetto da combattimento. mitraglietta imbracciata, bombe a mano nel cinturone, si accostarono alla casa di Carol, mentre un maresciallo in borghese bussò alla porta: “Chi bussa?” dissi. “Sono un incaricato della signora Massimo per consegnare una lettera al comandante”, fece l’uomo. Invece della porta io aprii la finestra di cucina per rispondere: “Qui non conosciamo nessun comandante”. Accortosi che il trucco della lettera era fallito, il maresciallo passò all’azione più convincente, intanto la scorta si era messa in vista nel pianerottolo. Il maresciallo questa volta perentorio esclamò: “Ho l’ordine di perquisire la villa”. Senza fiatare Carol aprì la porta e li pregammo di non svegliare il bimbo. A me non chiesero niente, probabilmente mi considerarono il marito della donna. Terminata la perquisizione e dopo un’interminabile sequenza di domande, sembrarono soddisfatti, quando Carol presentò il biglietto che Massimo aveva lasciato, quello con le false generalità. Come Dio volle se ne andarono dal sentiero da dove erano venuti.
Seppi poi il terribile destino del comandante Massimo. Dopo qualche settimana i fascisti lo arrestarono a Firenze e lo spedirono a Mauthausen, dove poi lo fucilarono.
E’ auspicabile che al prossimo 25 aprile il sindaco di Portoferraio ricordi la figura di quest’uomo.
Un martire della Resistenza che la città di Portoferraio deve onorare; non a caso è stato dedicato alla sua memoria il molo principale del nuovo porto, quello dell’attracco principale: il pontile MASSIMO.
Al canto degli uccelli mi svegliai all’alba “Che giorno e che notte quel 16 settembre 1943” pensai.
Tirai la barca ancora più nella macchia coprendola con dei rami verdi, perché non si vedesse dal mare e m’incamminai per raggiungere la carbonaia che sapevo essere poco oltre, abbandonata. Appena raggiunto il luogo feci una pulizia ambientale in quello spazio circolare, dove piazzai la tenda. Vi sistemai le mie scorte e tutta la mia roba. Quella sera riportai la barca in mare e andai a totanare e così feci per una settimana. Il pescato diventò merce di scambio con i contadini di quella zona e con degli sfollati di Nisportino e Nisporto. Ne ricavavo latte e uova e talvolta ottenni un pollo e allora fu festa grande.
E in Nisporto, girando di casa in casa, nei miei contatti di commercio del pesce, incontrai Carolina da Bologna, che io poi chiamai Carol. Mi dette una bottiglia di latte di capra, straordinaria!
Finalmente il sole, la luna, il firmamento di tutto il creato mi sorridevano, mi sentivo in piena sintonia, mi sentivo libero e ricco di tutto questo bene.
Nacque così una stupenda relazione con questa non comune ragazza madre.
Aveva avuto una storia con un docente in una università emiliana, originario dell’Elba ed era nato un bel bambino. Da due anni era lì col suo piccolo e la sua capra e il suo miracoloso orto, in quella accogliente villetta le era stata affidata.
Quando le chiesi in affitto una camera mi disse che quella al primo piano l’aveva già data a un signore, ma era ben disposta a darmene due al piano terreno e ci feci venire mia sorella Carmela e suo marito Manlio Vieri e il loro piccolo Lido, che poi negli anni ‘60 sarebbe stato un grande portiere di calcio in serie A e anche della nazionale. In quella casa rimasi un anno. Una sorpresa incredibile fu quando una mattina, mentre uscivo dall’appartamento di Carol, vidi quel signore cui la donna aveva affittato la camera al primo piano. Ebbene stentai a crederci, ma quel signore era il comandante Massimo. Lo trovai dimagrito: lontano dalla famiglia si sentiva braccato, ma in quelle poche settimane che si rimase insieme si riprese. Era dovuto fuggire, i fascisti di Portoferraio lo avevano segnalato ai nazisti come uno dei fautori della Resistenza elbana.
Finalmente poteva dormire tranquillo visto che assieme organizzammo un turno di sentinella. Avevamo fatto anche una piccola trincea nella macchia sovrastante, 200 metri dalla villetta, da dove si potevano controllare tutti i sentieri che conducevano alla baia.
La vita scorreva tranquilla in quel paradiso. Carol era sempre più cara. Temevo di creare pericolo, visto che ospitava un ricercato dai nazisti, cessai lo scambio di merce, perché aumentavano sempre più i clienti che venivano alla villetta, per prendere il mio pesce. Qualcuno poteva notare il comandante Massimo e riferire a chissà chi.
Ero di vedetta un giorno, quando scorsi il Grassi di Bagnaia scendere dal sentiero di Lavacchi, ma questa volta invece di portare zucchero e caffè e altro di buono, consegnò al comandante una lettera della moglie. L’avvertiva che i nazifascisti lo cercavano. Qualcuno aveva fatto la spia e senza indugio, proseguiva la lettera, si doveva preparare a raggiungere la zona di Cavo, dove avrebbe dovuto imbarcarsi sull’Avvenire, per le 4 in punto, per poi raggiungere Piombino.
Questo nobile personaggio se ne andò raccomandandosi di non negare la sua presenza fisica alla villetta, alla eventuale richiesta dei nazifascisti, Carol ed io si doveva rispondere “La persona ospitata in questa camera da agosto fino a ieri, non corrisponde alla persona ricercata, ma bensì al professore che prima di andarsene mi ha lasciato questo indirizzo ”Professor Giuseppe Calacci, via Francesco d’Assisi 88 Ancona”. Con la determinazione dei forti se ne andò, con l’angoscia nel cuore ma a testa alta.
Conoscendo la crudeltà di questo feroce nemico, non voleva mettere in pericolo la vita di chi gli aveva dato aiuto e ospitalità con i migliori sentimenti e quindi ideò lo stratagemma delle false generalità.
Commosso mi abbracciò insieme a Carol e la sua creatura. Non volle che lo accompagnassi alla baia e il Colombo di Portoferraio lo trasportò fino a Cavo in barca. Quella fu l’ultima volta che lo vidi. Alle 22 dello stesso giorno una pattuglia di 5 tedeschi, in assetto da combattimento. mitraglietta imbracciata, bombe a mano nel cinturone, si accostarono alla casa di Carol, mentre un maresciallo in borghese bussò alla porta: “Chi bussa?” dissi. “Sono un incaricato della signora Massimo per consegnare una lettera al comandante”, fece l’uomo. Invece della porta io aprii la finestra di cucina per rispondere: “Qui non conosciamo nessun comandante”. Accortosi che il trucco della lettera era fallito, il maresciallo passò all’azione più convincente, intanto la scorta si era messa in vista nel pianerottolo. Il maresciallo questa volta perentorio esclamò: “Ho l’ordine di perquisire la villa”. Senza fiatare Carol aprì la porta e li pregammo di non svegliare il bimbo. A me non chiesero niente, probabilmente mi considerarono il marito della donna. Terminata la perquisizione e dopo un’interminabile sequenza di domande, sembrarono soddisfatti, quando Carol presentò il biglietto che Massimo aveva lasciato, quello con le false generalità. Come Dio volle se ne andarono dal sentiero da dove erano venuti.
Seppi poi il terribile destino del comandante Massimo. Dopo qualche settimana i fascisti lo arrestarono a Firenze e lo spedirono a Mauthausen, dove poi lo fucilarono.
E’ auspicabile che al prossimo 25 aprile il sindaco di Portoferraio ricordi la figura di quest’uomo.
Un martire della Resistenza che la città di Portoferraio deve onorare; non a caso è stato dedicato alla sua memoria il molo principale del nuovo porto, quello dell’attracco principale: il pontile MASSIMO.
Ultimo aggiornamento (Venerdì 07 Dicembre 2012 07:03)


